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Afronauts – il Programma Spaziale dello Zambia

Un cortometraggio presentato alla Berlinale e un libro fotografico raccontano l'incredibile avventura di un sognatore africano degli anni 60.

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Siamo negli anni 60: il mondo è diviso dalla guerra fredda e gli Stati Uniti e la Russia sono nel pieno della corsa allo Spazio. Mentre l’opinione pubblica internazionale osserva le due potenze rincorrersi nel progetto della conquista dell’universo, in alcune parti dimenticate dal mondo e dalla storia c’è chi sogna in grande.
Spostiamoci in Zambia, paese africano che nel 1964 ha appena ottenuto l’indipendenza dal Regno Unito. Nel mezzo dei festeggiamenti per l’avvenuta liberazione dal colonialismo, un ambizioso professore universitario sviluppa un grande progetto per la propria nazione: creare un programma spaziale e mandare il primo astronauta africano sulla Luna – possibilmente prima degli USA e dell’URSS.
Questa è la storia di Edward Makuka Nkoloso, che fondò (indipendentemente e senza alcun tipo di supporto governativo) la National Academy of Science, Space Research and Philosophy, primo ed unico space program della Zambia. Una ragazza di 17 anni (Matha) e due gatti furono scelti come “Afronauts” da mandare sulla Luna – e, in seguito, anche su Marte – a bordo di un razzo di rame ed alluminio. Il campo di addestramento fu situato a qualche miglia da Lusaka, e per abituare gli afronauti all’assenza di gravità furono elaborati una serie di esercizi fisici (ad esempio, l’autoproclamato Direttore usava lanciare gli aspiranti astronauti giù da colline ripide all’interno di enormi barili di petrolio).  Parzialmente visionario, forse distaccato dalla realtà, Nkoloso era estremamente serio riguardo il progetto, e come lui stesso spiegò in nell’editoriale “We’re Going to Mars! With a Spacegirl, Two Cats and a Missionarysu un quotidiano locale, fece una richiesta di 7 milioni di sterline all’UNESCO. Il complesso programma includeva anche l’istituzione di un Ministero della Cristianità su Marte – senza però imporre con la violenza la propria religione agli abitanti del pianeta. Purtroppo il rifiuto dei finanziamenti, l’ostilità del governo e il fatto che la giovane Matha nel corso dell’addestramento rimase incinta (in una lettera ufficiale  si leggono le lamentele di Nkoloso proprio riguardo le eccessive distrazioni ‘fisiche’ dei suoi giovani allievi) fecero crollare tutti i sogni del determinato sognatore e il programma fu lasciato a morire.

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Questa vicenda dalle tinte assurde e surreali è assolutamente vera, e porta a riflettere sulla sottile linea che separa i sogni dalle effettive possibilità di realizzarli. E’ proprio questo spunto di riflessione che ha portato due diverse artiste donne, negli ultimi anni, a sviluppare diverse interpretazioni di questa vicenda. La prima ad approcciare questa storia dimenticata è stata la fotografa spagnola Cristina de Middel, che nel 2012 ha pubblicato il libro d’arte “Afronauts“,  un’ipotetica cronaca degli eventi. Tra documenti inventati e fotografie scattate tra la Spagna ed il Senegal, l’artista ha provato a ricreare questo sogno africano, che prende vita in queste immagini grazie al suo immaginario, che unisce il kitsch anni 60 ad un’atmosfera surreale.

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Diametralmente opposto, invece, è  l’approccio visuale di  Frances Bodomo, una giovanissima regista afroamericana originaria del Ghana. Il suo cortometraggio ‘Afronauts‘ è stato appena presentato in anteprima al Sundance Film Festival ed in concorso nello Shorts Program della Berlinale 2014. Siamo lontani dai pattern kitsch delle foto della de Middel, un bianco e nero sognante ci trascina in questa avventura sospesa tra sogno e realtà. Matha, l’eletta al volo interstellare, vive gli allenamenti ed i giorni di attesa in uno stato di alienazione e preoccupazione, circondata da un entusiasmo generale che si sussegue notte e giorno tra cori di incitamento e feste psichedeliche.

Questa libera ricostruzione degli avvenimenti, che si attiene a molti dei fatti realmente accaduti (i barili di petrolio che rotolano giù dalle colline, i gatti-astronauti, il rifiuto di imporre agli extraterrestri una religione che non gli appartiene, sentimento proprio di chi ha subito la violenza della colonizzazione culturale e politica per molti anni) è una delle più interessanti visioni della Berlinale. La fotografia che diffonde una luce sognante, unita ad un’ottima colonna sonora realizzata dal compositore americano Brian McOmber (ex Dirty Projectors) ed un paesaggio quasi lunare (in realtà, ha raccontato la regista, hanno girato tutto in New Jersey), costruiscono un universo credibile e allo stesso tempo fuori dal mondo e dal tempo, intenso e rarefatto allo stesso tempo. Afronauts, seconodo lavoro della Bodomo, che aveva già diretto la nominata all’oscar  Quvenzhané Wallis   in  Boneshakerè l’ennesimo prodotto ad essere stato finanziato tramite una campagna kickstarter, testimoniando ancora una volta l’importanza vitale del crowdfunding per i talenti emergenti che altrimenti non avrebbero altri modi di realizzare i propri progetti. Ecco un’estratto del film:

AFRONAUTS TEASER from Frances Bodomo on Vimeo.

Flavia Ferrucci

Flavia Ferrucci

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