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lichtburg flava

Internationale Kurzfilmtage Oberhausen 2014

Nel suo 60° anniversario, Oberhausen si propone di scoprire un “cinema senza film” tra sperimentazione, memoria e assenza.

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UN BENVENUTO DAVVERO “SPECIALE”.
Siamo alla presentazione della 60° edizione del Festival Internazionale del Cortometraggio di Oberhausen, calano le luci nel vecchio cinema “Gloria”, una delle cinque sale dello storico Lichtburg FilmPalatz fondato nel lontano 1931, sede principale del festival. Parte la proiezione, ma il pubblico si ritrova a guardare se stesso sullo schermo: una telecamera a infrarossi lo sta monitorando. Neanche il tempo di elaborare lo sconcerto, che dagli altoparlanti esce una specie di collage sonoro con notizie dagli Stati Uniti, musica e spot pubblicitari dei primi anni ’60. Dopo circa 40 minuti, accade qualcosa di inaspettato: quattro uomini della sicurezza, grossi come armadi, si avventano su uno degli spettatori, lo strattonano via dal posto, lo ammanettano e infine lo trascinano velocemente via dalla sala. Noi spettatori osserviamo la scena impietriti, ma dopo qualche attimo parte un applauso. Nessuna azione anti-terrorismo, si tratta di una performance ideata dall’organizzazione, parte del Programma Speciale (Sonderprogramms) dell’intera rassegna, e che introduce il tema-guida di questa 60° edizione: Memories can’t wait – Film without film, titolo ispirato all’omonimo brano dei Talking Heads. Da sempre sismografo dei cambiamenti politici, sociali, culturali, finestra privilegiata (“Way to the Neighbour”) per le opere realizzate nei paesi oltre Cortina di Ferro durante gli anni più bui della Guerra Fredda, culla del cosiddetto Nuovo Cinema Tedesco degli anni 60 e del suo celebre motto “Papas kino ist tot”, il festival quest’anno ha celebrato se stesso con un’ampia selezione di cortometraggi e opere multimediali dedicata alla propria lunga storia, alla memoria e al futuro del cinema, e naturalmente, alla sperimentazione visiva, suo tratto distintivo. Per una breve storia del festival, leggere qui.

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IL PIÙ SPERIMENTALE FESTIVAL AL MONDO (e anche il più generoso).
Ormai giunto alla sua 60° edizione, il Festival Internazionale del Cortometraggio di Oberhausen è uno dei principali crocevia internazionali per il cortometraggio, un appuntamento irrinunciabile per chi desideri aggiornarsi sullo stato dell’arte del medium visivo in generale, e probabilmente una delle più sperimentali manifestazioni legate al cinema e all’arte per la varietà di forme e generi che presenta al pubblico. Nel corso di più di cinque decenni, registi e artisti che vanno da Roman Polanski a Cate Shortland, da George Lucas a Pipilotti Rist, da Rainer Werner Fassbinder a Wim Wenders e Werner Herzog, hanno frequentato il festival, e presentato qui le loro opere prime. Il festival possiede ben 5 sezioni competitive: la Internationaler Wettberg aperta a produzioni da tutto il mondo, la Deutscher Wettberg per le sole opere tedesche, la NRW per produzioni realizzate nella Renania settentrionale-Westfalia, la Kinder und Jugendkino focalizzato sui cortometraggi per l’infanzia, e  il premio MuVi per il miglior video musicale tedesco. Il Festival di Oberhausen è noto in particolare per le scelte tematiche – per statuto sempre relativamente “dissidenti” – che ogni anno guidano i suoi programmi: come “From the Deep” nel 2010, che ha presentato molti film degli esordi del cinema tra il 1898 e il 1918; “Shooting Animals” nel 2011, un programma dedicato alla storia del cinema “etologico”. Nel 2012 ha invece celebrato il 50° anniversario del Manifesto di Oberhausen del 1962 con firmatari autorevoli tra cui Haro Senft, Alexander Kluge e Edgar Reitz. Per il tema di quest’anno Memories cant’ wait – Film without film il festival ha presentato una selezione di film sperimentali davvero sbalorditiva con l’intento di coprire l’intero spettro della cinematografia emergente con opere tra i 60 secondi come Peter Pix Æon di Trine Heller Jensen (Denmark, 2014) e i 65 minuti Loading Ludwig, di Mara Mattuschka (Austria, 1989) il più lungo dell’intera rassegna, in realtà un mediometraggio – ma che importa? Sotto un giovanissimo Werner Herzog al punto informazioni.

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La rassegna ha presentato in tutto 440 cortometraggi in concorso da 66 paesi, 82 programmi totali, 134 film per 5 competizioni, e ben 30 anteprime mondiali selezionate tra le 5000 submission pervenute da tutto il mondo. Anche il montepremi è stato piuttosto ricco: 40.000 euro distribuiti per le varie sezioni. Il più importante è il Gran Premio della città di Oberhausen che ammonta a 8000 euro, assegnato quest’anno a La Estancia
 di Federico Adorno (Paraguay, 2014): un cortometraggio politico su un gruppo di contadini che si addentra nella foresta alla ricerca dei propri parenti scomparsi. Dettagli sugli altri premi, qui. Tra discussioni, panels, seminari, incontri per la strada e ai caffè, Oberhausen è un’opportunità unica per conoscere persone del mondo dell’arte, della cultura e del cinema, e stabilire contatti. Sono stati infatti 1120 gli ospiti accreditati tra curatori, programmatori, produttori, distributori, provenienti da oltre 50 paesi, tra cui John Canciani, Internationale Kurzfilmtage Winterthur, Dorothee Richter, OnCurating, Cherie Federico, Aesthetica and ASFF, William Fowler, British Film Institute, Isla Leaver-Yap, Walker Art Center, Sally Berger, MoMA, George Clark, Tate Modern e tanti altri. Nella foto sotto una still del corto vincitore La Estancia.

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MEMORIES CAN’T WAIT – FILM WITHOUT FILM
L’affasciante tema di quest’anno, Memories can’t wait – Film without film, è stato scelto e pensato dal curatore della rassegna Mika Taanila, uno dei più rinomati artisti e filmmaker finlandesi, che si è posto una domanda tanto audace quanto fondamentale: che ne è del cinema quando il suo elemento chiave, il film, è assente? Altrettanto originalmente il festival ha presentato, come parziale risposta al quesito, un intero sottogenere di film oscuri e persino inintelligibili, opere difficili da programmare e quasi impossibili da vedere: dei veri e propri “film senza film”. In molti casi si è trattato di veri e proprio lavori “eseguiti” in sala più simili a performance, spesso basati sulla partecipazione e la sensibilità del pubblico. Togliendo l’elemento chiave – il film stesso – dall’esperienza filmica, questi lavori hanno avuuto proprio la funzione di creare uno scenario di osservazione inedito per consentire alla memoria  dello spettatore di retroproiettarsi sullo schermo visualizzando il proprio film personale come fosse un sogno a occhi aperti. Dunque una sfida intellettuale audace quella di quest’anno, ma che attraverso la presentazione di film senza indirizzi cinematografici precisi, rilancia domanda sul cinema nel suo insieme, sia dal punto di vista formale, sia sostanziale. È ancora il cinema un’istituzione culturale? Possiede ancora una funzione come luogo d’incontro, esperienza collettiva e aggregazione? Domande poste in una cornice interpretativa che cerca di analizzare l’attuale spostamento dell’immagine e del suono dal cinema alle gallerie e ai musei di tutto il mondo, agli ambienti digitali, a internet. È il cinema davvero fatto per il cinema? O il suo futuro è fuori dalle sale? In cosa si differenzia un film visto in una mostra o sul proprio tablet, da un film proiettato sullo schermo? Il cinema è ancora un’esperienza partecipata o è diventata un’esperienza prettamente individuale? Domande a cui diversi artisti internazionali come Young- Hae Chang Industries, Chris Petit , Walter Ruttmann , Ernst Schmidt Jr., Michael Snow, Pilvi Takal,  e molti altri, hanno cercato di dare risposta con un mix di performances, lezioni e esperimenti proiettivi, e infine, con i film. Sotto un immagine da Stillness di Edgar Pêra (Portugal, 2014), uno dei film in concorso, che ben rappresenta il tema del festival.

STILLNESS

Tommaso Fagioli

Tommaso Fagioli

Tommaso Fagioli

Founder, creative director, curator @ Good Short Films. Fond of great stories, great thinkers, great booze. My motto is, your motto.

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