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FOCUS ON: Alessandro Capitani

La nostra intervista al regista di "Bellissima", il cortometraggio vincitore del David di Donatello 2016.

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Bellissima è il cortometraggio vincitore del David di Donatello 2016, scritto e diretto dal 36enne regista orbetellese Alessandro Capitani, che racconta la storia di Veronica, vent’anni, imprigionata in un enorme corpo obeso. Durante una festa in discoteca subisce lo scherno di un ragazzo, che la prende in giro proprio per il suo aspetto fisico. Disperata, Veronica si nasconde nei bagni della discoteca convinta che fra le mura chiuse di quel posto nessuno possa vederla e giudicarla. Il destino però ha in serbo una piacevole sorpresa per lei. Scorrendo i lavori del giovane regista, l’impressione è che l’attenzione verso tematiche connotate dallo scontro tra la corrispondenza ad un ideale (estetico o sentimentale) e l’impossibilità di concretarlo, sia nata già prima di questo corto. Senza mai giudicare, Capitani mostra, di quelle personalità così vistose, limiti e imperfezioni dell’uomo comune.

Ne abbiamo parlato insieme.

Good Short Films: Dai tuoi lavori sembra che l’accettazione della propria immagine sia un motivo ricorrente. È così?
Alessandro Capitani: Sì, esatto. Nel 2010 ho iniziato un percorso di indagine sul corpo che è sfociato nel documentario Come prima più di prima mi amerò, incentrato sul racconto di un particolare concorso di bellezza, quello di Miss Chirurgia Estetica.

Durante le riprese, una donna, ex vincitrice della competizione, mi colpì più delle altre, perché le sue scelte estetiche avevano finito per influenzare la vita della figlia, ridicolizzata dai compagni di scuola a causa dell’immagine di lei, mamma «tutta di plastica». Questo piccolo aneddoto ha alimentato la mia curiosità sull’argomento sino a ispirare la realizzazione del corto La legge di Jennifer.


GSF: Si inserisce in questo solco narrativo anche Bellissima
AC: 
Esatto, sebbene sia nato da un altro tipo di esperienza che mi è capitato davvero di vivere. Mi trovavo nel bagno di un locale e ho avvertito un rumore molto forte, ho chiesto se qualcuno si fosse fatto male e da lì mi sono immaginato un ipotetico dialogo tra due persone impossibilitate a vedersi, però sollecitate dall’opportunità di descriversi secondo i propri desideri. L’idea di utilizzare una ragazza che avesse dei problemi a rispecchiarsi nel proprio corpo, poi, è stata consequenziale proprio a questo input. In fondo, si è trattato di mettere in scena quella che è una metafora della conoscenza e delle relazioni tra individui ai tempi di internet e dei social network.

GSF: Fino ad ora possiamo dire che hai scelto di rappresentare il dualismo tra l’apparenza e la realtà. Da dove deriva queste suggestione?
AC: Tutto il mio lavoro trae origine dall’osservazione della realtà se non di me stesso. Ognuno di noi, sin dal momento in cui si ritrova davanti allo specchio, un attimo prima di uscire e, quindi, mostrarsi all’altro, cerca di mascherare o di rendere meno evidenti i propri difetti. Accade tutti i giorni, elaboriamo una rappresentazione di noi da restituire al prossimo, una maschera a favore dell’apparenza. Ed è qualcosa che riguarda non soltanto la protagonista di Bellissima (Giusy Lodi) o chi ne condivide la fisicità, ma tutti, e per questo, obiettivo del mio lavoro ad oggi, è stato ricercare il punto di contatto tra noi e Giusy.

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Alessandro Capitani

GSF: Per quanto riguarda la scelta di Giusy Lodi, cosa cercavi nella potenziale protagonista di Bellissima?
AC: Il corto non ha ricevuto finanziamenti, quindi nessuno premeva sui tempi di produzione e abbiamo deciso di lavorare con calma sulla scelta degli attori. Trovare qualcuno come Giusy non è stato facile, magari le somigliavano nel fisico, ma nessuno mostrava quel conflitto interiore che ci interessava. Con Giusy è bastato un secondo per capire che era la persona giusta e con lei abbiamo intrapreso un lavoro di sottrazione perché, a differenza della protagonista del corto, ha già affrontato e superato con successo, la fase di accettazione di sé. Così abbiamo dovuto coprire i suoi numerosi tatuaggi e riportarla alla condizione in cui si trovava un momento prima di scoprire la voglia di mostrarsi.

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Giusy Lodi

GSF: Anche nelle scelte visive, in Bellissima primeggia il corpo e i suoi dettagli. È l’attore principale del tuo immaginario cinematografico?
AC: Sì, nel corto era importante evidenziare la fisicità, anche perché è la stessa protagonista a fantasticare con la sua immagine, raccontandosi così come non è. Lei si desidera diversa, si descrive diversa e le inquadrature assumono una funzione narrativa mostrando lo scarto con la realtà. In questo lavoro era importante porre al centro il corpo anche visivamente, perché è l’elemento che muove gli intenti della protagonista.

GSF: Perché per i tuoi protagonisti (penso anche al documentario) è così importante la tensione verso un ideale di perfezione o comunque ne sono condizionati?
AC: La vincitrice del concorso di bellezza aveva la possibilità di andare in televisione, quindi il corpo diventava uno strumento funzionale al successo. La tv e il raggiungimento di un ipotetico ideale estetico appariva loro come il fulcro di una rivalsa verso ciò che non avrebbero potuto raggiungere altrimenti. Quello che capita a Giusy, invece, è di intraprendere il percorso di una vita, finalizzato all’accettazione di sé, nel lasso di tempo del corto e attraverso la messa in scena di un – sadico – meccanismo di costrizione. La protagonista del corto è ovviamente costretta a uscire dal bagno e dunque a mostrare la sua vera immagine. Uscire dal bagno diventa così la sfida più importante da vincere, quella di riconoscersi e promuoversi nelle proprie imperfezioni.

GSF: Quando si parla di corpo, ideali di bellezza, o qualsiasi altro argomento sensibile, la tentazione è quella della denuncia sociale, mettere in luce la negatività del messaggio sbagliato. Tu scegli, invece, di far risplendere l’umanità dei personaggi. Perché?
AC: Sin dall’inizio del percorso cominciato con il documentario ho portato avanti la convinzione che il mio racconto dovesse essere libero dal giudizio e dall’accentuazione dei difetti. Ho cercato, al contrario, di guardare alla loro peculiarità e ricchezza umana, al loro modo di filtrare il mondo. E soprattutto, a quei tratti che riconoscevo in comune con me. La scelta di guardare a me e a loro come pari, anziché nella distanza di realtà inconciliabili, mi ha permesso di entrare nelle loro vite e raccontarle da un’angolazione privilegiata.

Francesca D'Ettorre

Francesca D'Ettorre

Scrivo di cinema e non solo. Immolare la penna al culto per l’audiovisivo è il mio atto di devozione.

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