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Focus On: Federica Gianni, la regista di Primo e The Friend from Tel Aviv

Al MedFilm Festival, abbiamo incontrato Federica Gianni, che ci ha parlato dei suoi corti: ecco le premiere online di The Friend from Tel Aviv e Primo

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Lo sguardo di Federica Gianni sul mondo è differente. È penetrante e obliquo. Nei suoi cortometraggi, la giovane regista romana di stanza a New York ha esplorato le diverse declinazioni dell’odierna mascolinità, il conflitto tra individuo e comunità, la (ri)scoperta del sé, l’esplosione del desiderio e l’inganno dei sentimenti. Lo ha fatto puntando sulla sospensione del racconto, sull’impatto realistico della sua scrittura, sulla ribellione ad ogni etichetta (una donna che racconta uomini fragili è necessariamente una woman in film? Una storia LGBT rende obbligatoriamente un/a regista tale?), sulla presenza di personaggi in assenza che vivono e si impongono fuori dallo schermo.

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Le storie che scrivo nascono e vivono nel reale e, seppure siano racconti di finzione, cerco di svilupparli nel modo più veritiero possibile”, ci racconta Federica al MedFilm Festival di Roma, dove è selezionata nel concorso internazionale cortometraggi con il suo ultimo lavoro, Primo, già passato al Cinemed di Montpellier e vincitore del Premio del Pubblico IFP e dell’Adrienne Shelly Foundation Award (come miglior regista donna) al Columbia University Film Festival.

Federica Gianni ha studiato regia alla Columbia e oggi insegna sceneggiatura al National High School Institute della Northwestern University di Chicago. Il suo esordio è datato 2013 e si chiama A Summerhouse, la storia di un bambino dalle particolari facoltà uditive, che si avventura alla ricerca di nuovi suoni nella casa di villeggiatura dei nonni. Poi è la volta di The Friend from Tel Aviv, la vicenda di Noam, giovane artista transgender israeliano sorpreso a New York dalla visita di un vecchio amico.

The Friend from Tel Aviv è tratto dalla storia vera del protagonista, che ha fatto la transizione da donna a uomo ed aveva un rapporto di co-dipendenza con una sua amica più grande che lo aveva ospitato”, spiega Federica.

“In questo film, era importante che il cambiamento di Noam, pur essendo centrale alla storia e alla sua identità, non fosse continuamente sottolineato. Soprattutto non volevo creare sensazionalismi intorno al suo cambio di sesso ma creare qualcosa che normalizzasse questa sessualità marginalizzata e  la rappresentasse con amore ed onestà”.

“Io e Nitzan Krimsky, il protagonista, volevamo esplorare le molteplici e spesso bizzarre forme che può prendere il desiderio affettivo e sessuale delle persone. Per quanto cerchiamo di identificare e catalogare questo desiderio ciò che connette le persone sembra andare al di là di definizioni chiare. Può succedere così che un ragazzo trans si trovi allo stesso tempo ad essere l’oggetto del desiderio di una donna molto più grande di lui e di desiderare a sua volta un amico che prima, da donna, forse non avrebbe mai preso in considerazione”.

Tre anni dopo, arriva Primo. Stavolta l’ambientazione è italiana (la provincia toscana) e il racconto si fa beffe dei generi, trasformando una caccia al cinghiale da romantica prova di virilità a tranquillo weekend di paura, passando per la black comedy più acida e sardonica.

“Sulla stessa linea d’onda di The Friend from Tel Aviv, Primo è stato girato utilizzando come protagonisti i membri di una vera squadra di caccia, che mi hanno fatto fare lo stesso tour del protagonista (senza lo scherzo!). Una grande parte della sceneggiatura è stata scritta durante le battute di caccia, prendendo spunto dalle reali battute dei cacciatori”, ci racconta Federica.

“In Primo ho voluto esplorare il divario che c’è tra l’idealizzazione della virilità maschile e quello che vuol dire veramente per un ragazzo diventare un uomo. Il percorso che ogni ragazzo deve percorrere verso la propria maturità è pieno di contraddizioni e di ostacoli che sono troppo spesso taciuti”.

“Il contrasto che c’è tra Primo e il mondo dei cacciatori riflette la crescente distanza che c’è ormai tra i piccoli centri e la città. I paesini sono i depositari di vecchie tradizioni, ed invece di essere protetti sono sempre più impoveriti ed isolati, mentre la città è un luogo più progressivo anche se completamente addomesticato e distaccato dalla natura”.

“In tutti i miei cortometraggi – aggiunge Federica – cerco di accompagnare i personaggi per un breve tratto del loro percorso, cercando il più possibile di dare l’impressione che i personaggi abbiano un vita prima dell’inizio della storia e che continueranno ad averla anche dopo la fine del film. Mi piace fotografarli durante un atto di ricerca, mettere un piccolo momento sotto la lente d’ingrandimento e non fornire allo spettatore che pochi indizi sulla fine. Non ho la presunzione dell’onniscienza, specialmente per un cortometraggio”.

Primo ha avuto la sua premiere online con il prestigioso Staff Pick di Vimeo ed è ancora in tour per festival: per restare aggiornati basta visitare la pagina ufficiale di Federica Gianni. Che non avrà la presunzione dell’onniscienza, ma è capace di regalare emozioni profonde con i suoi corti. E attualmente è al lavoro su Karaoke King, primo lungometraggio (sotto la supervisione del Queer|Art|Mentorship di Ira Sachs) ambientato a Roma e basato su una sceneggiatura vincitrice del Columbia Blue List 2018, sponsorizzato da The Black List di Hollywood.

La foto al MedFilm Festival di Roma è di Giorgio Nasti.

Alessandro Zoppo

Alessandro Zoppo

Editor-in-Chief @ Good Short Films

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