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Fisnik Maxhuni

FOCUS ON: Fisnik Maxhuni

Intervista con il regista di Lost Exile, premiato al Festival di Locarno

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Fisnik Maxhuni ha vinto con il suo primo cortometraggio, Lost Exile, il premio ‘Cinema & Gioventù’ al Festival di Locarno. Nato in Kosovo durante lo smantellamento della Jugoslavia, Fisnik è emigrato in Svizzera nel 1993. Ha studiato relazioni internazionali presso l’Università di Ginevra e successivamente ha viaggiato e lavorato all’estero per tre anni. In Giappone, Indonesia e Bolivia ha realizzato diversi film che mescolano fiction, documentario e ricerca sperimentale. Nel 2014 è entrato all’ECAL, dove ha conseguito un master in regia e firmato On Culture and Tropics (2014) e Ministarstvo Sjećanja (2015). Lost Exile racconta la storia di Emir, padre di famiglia che per ripagare i propri debiti, lavora al soldo della malavita locale traghettando immigrati clandestini tra Serbia e Ungheria. Un giorno fa la conoscenza di Hana, in fuga dal Kosovo e da un matrimonio combinato, la quale gli chiede di aiutarla a oltrepassare il confine. Ma vedendoci unicamente un’opportunità di guadagno, il capobanda per cui Emir lavora, vuole dare la donna in pasto a un racket di prostituzione.

VM: Quando hai capito di voler diventare filmmaker?

FM: Venendo da una famiglia molto povera, ho passato tanto tempo a guardare film. Più precisamente intorno agli anni 2000. Quando tutti i negozi di video stavano liquidando i loro stock di VHS per sostituirli con i DVD, ho avuto l’opportunità di scoprire il cinema. Mio padre aveva accettato di comprarmi una videocassetta ogni settimana ed è stato allora che ho scoperto il mondo di David Lynch, Andrej Tarkovskij e altri registi che non conoscevo prima. Ogni settimana, quando avevo un VHS nuovo, continuavo a guardarlo a ripetizione finché non potevo comprarne un altro.

In seguito, ho studiato Relazioni Internazionali all’Università di Ginevra e poi Geopolitica al Kings College a Londra, sperando di ottenere un posto di lavoro che mi avrebbe fatto “viaggiare” in qualche modo. Ho fatto poi diverse esperienze lavorative all’estero e girato i primi documentari, con i quali ho affrontato argomenti di antropologia sociale e poesia.

Il cambiamento è venuto quando sono tornato in Svizzera nel 2014. Mi sono reso conto che non volevo lavorare per una delle grandi aziende che erano interessate al mio profilo. Anche se non avevo mai pensato di studiare cinema, ho fatto domanda per il Master in Cinema dell’ECAL di Losanna e all’HEAD di Ginevra, dove – sorprendentemente – sono stato accettato. Anche se ho imparato molto a scuola, credo ancora che la maggior parte delle mie conoscenze sul cinema vengano da quegli anni che ho trascorso a casa a guardare i vecchi film in cassetta sul mio piccolo televisore.

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VM:  Lost Exile è il tuo primo film di fiction. Quando hai iniziato a pensare di scrivere questa storia?

FM: La storia è liberamente ispirata alla mia storia personale. Nel 1993 con i miei genitori,  abbiamo intrapreso un viaggio illegale dal Kosovo verso l’Europa. Abbiamo viaggiato in autobus e con trafficanti. Quando stavamo guidando attraverso il nord d’Italia, mia madre – incinta di 9 mesi all’epoca – doveva partorire mia sorella. L’autista ci ha portati all’ospedale di Ginevra e, da quel momento, siamo rimasti in Svizzera.

Avevo sempre voluto raccontare questa storia, ma non ero sicuro di come farlo: un film, un libro, un romanzo… Poi, nel 2014, una nuova ondata migratoria è partita dal Kosovo verso l’Europa ed è stato allora che ho deciso: era giunto il momento di raccontare questa storia in immagini. È stata la possibilità di allontanarmi dalla mia storia personale e di adattarla agli eventi che si stavano svolgendo in quei giorni.

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 VM: Perché l’esilio è “perso” ? Che cosa significa per te la parola esilio?

FM: Buona domanda. Si riferisce in primo luogo alla bellezza intrinseca queste due parole: Lost e Exile. Venendo da un background piuttosto “letterario”, ho sempre avuto l’ossessione per le parole nel loro senso primario: il modo in cui suonano, la maniera con cui appaiono. È anche collegato a un film, Donnie Darko, dove un insegnante dice che la più bella combinazione di parole in inglese è “Cellar Door”. Credo che “Lost” e “Exile” rappresentino per me quest’idea di bellezza, che ho cercato di riflettere nel cortometraggio.

Inoltre, per me, qualsiasi forma di “esilio” è “una perdita”, nel senso che l’esilio da qualcosa o da un posto automaticamente implica la perdita; una perdita di radici, una perdita di identità. Pertanto, la perdita inerente nell’esilio ha definito il film in tutti i suoi aspetti (scrittura, realizzazione, montaggio). Lavoro con idee molto semplici; può essere una parola, un’espressione, un aneddoto, o un’immagine, e da lì costruisco tutto ciò che c’è intorno. Quindi, nel caso di Lost Exile, il film si è sviluppato intorno a questi due semplici concetti.

VM: Come è stato  tornare in Kosovo e in Serbia per realizzare il tuo progetto?

FM: Questa domanda è legata al senso di perdita di cui parlavo nella domanda precedente. In un certo senso, essendo cresciuto in Svizzera, ho capito che avevo perso i legami fisici con il mio paese natale. Inoltre, tornando là ripetutamente nel corso degli ultimi anni,  ho capito che avevo effettivamente perso la maggior parte dei miei legami con quel luogo. Non ho vissuto la guerra e lo sfollamento, come la popolazione locale ha fatto, non ho preso parte alla vita politica e sociale di tutti i giorni. Tuttavia, ho deciso che era ora di fare qualcosa di “fisico” lì, e per me, fare un film è al 50% una questione di idee e al restate 50% una questione di lavoro fisico; la pianificazione, le riprese, dirigere gli attori. Così, attraverso questo progetto, ho cercato di ricreare un legame con quello che avevo perso più di 20 anni fa.

Sorprendentemente, sono stato molto ben accolto in Kosovo come regista, e la maggior parte delle persone e degli attori erano entusiasti di prendere parte al progetto. Per loro, il film aveva la forza di un grande problema sociale e politico (l’emigrazione), ma senza farlo in un modo molto rigoroso, come la maggior parte dei recenti film sull’argomento. Le persone hanno trovato interessante l’approccio “fantastico” che ho voluto adottare per parlare dell’immigrazione clandestina.

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VM: Dimmi 3 aggettivi per descrivere come ti sentivi prima della  première di Lost Exile al Festival di Locarno.

FM: Estatico, euforico, fremente.

VM: Quale reazione da parte del pubblico ti ha reso più felice dopo lo screening del film?

FM: La prima cosa che veramente mi ha toccato è stata la reazione positiva abbastanza unanime da parte dei miei amici, dei miei colleghi e della mia famiglia. Sono stati molto impressionati dal lavoro che avevo fatto, e questo è stato un grande incoraggiamento per il futuro. Ma, per me, le reazioni più significative sono state quelli di chi mi ha detto “non ho capito tutto”, o il feedback di persone avevano capito cose differenti nel film, soprattutto per quanto riguarda il finale.

Essere in grado di raccontare una storia senza dare al pubblico tutte le chiavi d’interpretazione è un obiettivo. In effetti, il cinema dovrebbe suggerire le cose e non proporle su un piatto d’argento. Un regista che mi piace molto, Carlos Reygadas, una volta ha detto: “Siamo abituati a sapere esattamente cosa sta succedendo quando stiamo guardando qualcosa, cosa che è molto strana perché nella vita accade proprio il contrario. Nella vita la maggior parte del tempo viviamo le cose senza saperne ancora il significato, se non sul momento, a un livello molto superficiale”.

Questo è esattamente quello che voglio dire: ogni regista ha il dovere di creare un mondo e lasciare che solo alcuni elementi percettibili penetrino, ma è il lavoro del pubblico trarre qualcosa da questi elementi che gli sono dati. Il resto è pura interpretazione. Non voglio fare della psicoanalisi qui, ma semplicemente sottolineare che nessuno dovrebbe trattare il pubblico come un recettore passivo del film. E questo si ricongiunge a un altro feedback che ho ricevuto dopo la proiezione di Lost Exile: “Fisnik… Penso che il film mi sia piaciuto, ma non posso parlarne ora. Ci penserò su per un paio di giorni, e poi ne riparliamo”. Tutto ciò si riallaccia a quello che diceva Goethe: “È più difficile leggere un libro che scriverlo”.

 VM: Che cosa ti aspetta nel futuro?

FM: Il futuro è già qui: sto preparando con altri due registi un film tra documentario e finzione che girerò nel Sud degli Stati Uniti. Attraverso questo progetto, voglio filmare diverse persone, soprattutto le parti più marginali della popolazione americana (musicisti underground e artisti rap, persone a cui hanno espropriato i beni, ecc.) sullo sfondo delle elezioni presidenziali 2016, tra Trump e Clinton.

Intanto, sto finendo il montaggio di un film che ho girato questa estate che affronta delle questioni di identità nella Svizzera del 2016. Ho girato con diversi  protagonisti  un documentario sul tema dell’identità e sulla definizione di “se stessi” in un paese dove tante diverse comunità vivono l’una accanto all’altra e stanno lottando per conoscere e definire ciò che rende davvero la loro “identità”.
Sto anche scrivendo un film di finzione sul commercio dei cavalli in Sud America. Ma anche in questo caso, non sono interessato a un “film sui cavalli”, ma piuttosto all’evocazione di problemi sociali ed economici attuali collegati a questo business e al loro impatto sulla vita quotidiana delle persone.

Valeria Mazzucchi 

WHOLA

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WHOLA è un gruppo di ragazze nate negli anni ’90. Abbiamo storie un po’ diverse, ma a tutte noi piacciono le storie, soprattutto quelle raccontate bene. 

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