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FOCUS ON: Mario Furloni

Il suo lavoro, Freeland e la film residency Filmaker360

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Il suo short documentary Pot Country, co-diretto con Kate McLean, era nella selezione ufficiale di HotDOCS, Big Sky e Hill Valley Film Festival. Quest’anno, ha partecipato al San Francisco Film Festival 2016 con il cortometraggio Someone Is Happy Somewhere, co-diretto insieme al fratello Alvaro.

Regista (Someone is Happy Somewhere, First Friday, Pot Country), sceneggiatore e direttore della fotografia (anche per After My Garden Grows, short doc del premio Oscar Megan Mylandi origine brasiliana, Mario Furloni vive a Oakland e si trova a San Francisco per una film residency di 12 mesi. Infatti, è stato scelto dalla San Francisco Film Society’s FilmHouse (parte di Filmaker360) per sviluppare Freeland, un lungometraggio che intreccia la storia di una comune fittizia, ma verosimile, nascosta nella natura californiana e autosufficiente grazie ai proventi della coltivazione di marijuana, con quella di un’anziana signora, esperta giardiniera, che vive a Freeland da molto tempo.

Carolina Cavalli: La comune di Freeland è simile a una realtà che conosci o in cui hai vissuto?
Mario Furloni: Quando avevo cinque o sei anni, i miei genitori si sono trasferiti dalla città a una piccola azienda agricola, sulle colline, nei pressi di Rio de Janeiro. Anche se non si trattava di una comune, i miei genitori condividevano con gli hippies americani il desiderio di allontanarsi da quelli che percepivano come i mali della civilizzazione, per tornare ad una vita più semplice a contatto con la terra. Più tardi, da ragazzo, ho vissuto per un breve periodo in una fattoria del Maine con una famiglia straordinaria, le cui esperienze hanno contribuito a formare alcuni dei personaggi e delle situazioni di Freeland.

CC: Facendo un paragone con il “mondo reale”, cosa c’è di meglio a Freeland? Pensi che questi due mondi si stiano avvicinando?
MF: Una delle donne che abbiamo intervistato per il nostro documentario (si era trasferita con l’intenzione di ritornare alla terra, ma si era poi convertita alla coltivazione della marijuana) ci ha detto che voleva allontanarsi dalla società mainstream, ma adesso il mainstream li sta invadendo. E io penso che sia vero non solo per i piccoli coltivatori di marijuana nel nord della California, ma anche per molto altri luoghi del mondo che una volta erano sufficientemente isolati da rappresentare un rifugio per coloro che non si sentivano adatti al mainstream o il cui modo di pensare non era in accordo con la società tradizionale. Per anni, la marijuana ha reso possibile l’isolamento, pur conducendo una vita abbastanza agiata. C’erano le sovvenzioni, almeno fino a quando la marijuana non è stata vietata. Ma i tempi stanno cambiando, e i coltivatori devono adattarsi a nuovi modi di sussistenza.

CC: Considerando anche le tua esperienza di Pot Country, pensi che una comunità “senza legge” possa sopravvivere basandosi sul rispetto e la tradizione? Accade così fra i coltivatori?
MF: Sì, in alcuni casi. Abbiamo incontrato molte situazioni di relazioni basate sulla fiducia e il rispetto. I coltivatori che erano orgogliosi di pagare un buon salario ai loro lavoratori, rapporti di lavoro sanciti da una stretta di mano. Per certi versi, questa è l’immagine che avevo del luogo prima di iniziare a scavare più in profondità, ovvero immaginavo una sorta di comunità hippie-idilliaca-fuorilegge in cui le persone si fidavano l’una dell’altra e si proteggevano a vicenda dal mondo esterno. Ma la realtà è molto più complicata di così. La nuova gerarchia economica porta con sé diffidenza fra i vicini, paranoia, sparatorie, sparizioni. Penso, però, che la violenza sia inevitabile in un luogo in cui il ricorso alla legalità non è possibile, dove chiamare la polizia è un tabù. La cosa interessante, in qualche modo, è quella di avere questo gruppo di persone altamente intelligenti che hanno deciso volontariamente di vivere in questo modo, al di fuori della protezione della legge.

CCChi è il tuo fuorilegge di fantasia preferito?
MF: C’è un personaggio nella storia brasiliana le cui le imprese vengono spesso romanzate. Il suo nome di battaglia era M​adame Satã ​(sì, Madam Satana): un giorno era un seducente drag performer, un altro un lottatore di capoeira, un altro ancora il figlio illetterato di un ex-schiavo, e ancora un temuto criminale che aveva terrorizzato Bahia e Rio nella prima metà del ventesimo secolo.

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CCCom’è cominciata la collaborazione con la tua co-regista?
MF: Io e Kate McLean ci siamo conosciuti alla scuola di giornalismo. Per un’estate, Kate era diventata  inavvertitamente la corrispondente per la marijuana nelle pagine della Bay Area, sul New York Times, ed è stata lei che per prima ha scoperto il fitto intreccio di storie nelle comunità di coltivatori di marijuana nella contea di Mendocino, sulle colline di Humboldt.
Dopo aver girato il documentario Pot Country nel 2011, abbiamo intrapreso progetti diversi, ma siamo rimasti molto amici. Anche dopo anni, tornavamo spesso a parlare fra noi di quelle storie, le avventure e i personaggi di un mondo che ci era rimasto addosso. Così, abbiamo deciso di trasformarlo in fiction. Un anno dopo abbiamo incontrato la nostra incredibile producer e partner creativa Laura Heberton. Insieme abbiamo combattuto per raccontare questa storia.

CCCredi che la film residency della San Francisco Film Society’s FilmHouse abbia favorito lo sviluppo del tuo progetto? Sei riuscito ad interagire con gli altri filmmakers del programma?
MF: Sì, sicuramente. La residency è stata davvero utile allo sviluppo del progetto di Freeland. Intanto, ci ha permesso di avere un ufficio, per un anno, nella loro fantastica e luminosissima sede di Chinatown. Ma soprattutto, abbiamo avuto accesso ad uno straordinario gruppo di  filmmakers che hanno le nostre stesse problematiche per quanto riguarda lo sviluppo dei loro progetti. Il sostegno che abbiamo ricevuto dai nostri compagni è stato inestimabile. Siamo anche stati fortunati a ricevere dei fondi dalla San Francisco Film Society e dalla Kenneth Rainin Foundation, che ci hanno dato la possibilità di lavorare sul casting e finanziare il progetto. Siamo nel pieno dell’azione, perché il tempo è essenziale adesso: prevediamo di girare in settembre/ottobre di quest’anno, a Humboldt.

CC: Com’è stato il processo di application?
MF: Abbastanza semplice. Partecipi con un progetto, ma hai l’impressione che SFFS voglia supportare i filmmakers anche nella loro carriera in generale. Il team di Filmmaker 360 è incredibilmente talentuoso e c’è una visione molto forte in grado di favorire lo sviluppo di una comunità locale di cineasti e cinefili.

Le applicazioni per la prossima residency della San Francisco Film Society, saranno di nuovo aperte in estate 2016.
Per avere più informazioni: Filmhouse’s webpage

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WHOLA è un gruppo di ragazze nate negli anni ’90. Abbiamo storie un po’ diverse, ma a tutte noi piacciono le storie, soprattutto quelle raccontate bene. 

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