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I cortometraggi di Agnès Varda

Uno sguardo ai cortometraggi più memorabili della regista francese, scomparsa il 29 marzo a 90 anni

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Una delle qualità più notevoli della filmografia di Agnès Varda è quella di non aver mai badato alle dimensioni. Le costrizioni la irritano. Una volta disse: “Neppure all’ultimo dei pittori o degli scrittori c’è qualcuno che impone le misure della tela o il formato del libro”. Di conseguenza la sua filmografia comprende film di ogni genere e dimensione – saggi, drammi, musical, documentari lunghi e cortometraggi – ed i suoi lavori brevi sono altrettanto poetici, e fondamentali quanto i lungometraggi.

Persino il suo film più celebre, Cléo de 5 à 7 (1962), contiene un “film nel film”, un brevissimo corto muto che vede la partecipazione di Jean-Luc Godard e Anna Karina (conosciuto col titolo Les fiancés du pont Mac Donald).

Uncle Yanco (1967 – foto: The Criterion Collection)

Uncle Yanco (1967) è un esempio perfetto del suo stile documentaristico. Nel film, Varda incontra il suo zio d’America Yanco, migrante greco, bon vivant, pittore di città celesti. Yanco è un personaggio eccentrico che vive nella “periferia acquatica” di Sausalito, un villaggio galleggiante nella Bay Area di San Francisco. La scena del loro “primo” incontro viene girata e rigirata, riproposta da angoli differenti, in lingue diverse, rendendoci consapevoli della sua costruzione – saltare da una parte all’altra il confine tra documentario e messinscena è tipico del modo di fare cinema di Varda.

Il tono di Yanco nel rivolgersi alla camera, così leggero e semplice, ricorda moltissimo la stessa Varda. Questi 19 minuti sono l’esplorazione di Varda delle sue radici ed allo stesso tempo un importante ritratto dell’America in quegli anni di rivoluzione culturale e mutamento sociale – così come tutti i suoi film americani, da Mur Murs al documentario Black Panthers (1968).

Allo stesso modo Salut, les Cubains (1963) è un’importante testimonianza fotografica di Cuba, la sua gente e la sua musica nei primi anni di Fidel Castro. Come in una sorta di incantesimo, l’incredibile ritmo di questo corto fa dimenticare agli spettatori che ciò che si sta guardando è in realtà quasi esclusivamente un montaggio di fotografie in bianco e nero – l’energia che emana lo rende più simile ad un documentario in technicolor.

Il suo stile caratteristico si ritrova già intatto nei suoi primissimi cortometraggi, gli allegri “corti turistici” che le erano stati commissionati dall’Ufficio Francese per il Turismo, nei quali Varda filma l’affollata Costa Azzurra (Du côte de la côte, 1958), ed i castelli della Loira (Ô saisons, Ô chateau, 1958), dove la sua curiosità spesso induce la macchina da presa e la narrazione a divagare dal soggetto principale per catturare altri dettagli nei dintorni, come i giardinieri al lavoro nei terreni della proprietà.

(foto: Ciné Tamaris)

Il modo di Varda di fare cinema è sempre stato giocoso, inventivo ed unito ad un particolare interesse per il linguaggio, a partire dai titoli dei suoi film – amava i neologismi (Daguerrèotypes) tanto quanto i giochi di parole e le allitterazioni – si pensi a Mur Murs, Visages Villages, glaneurs/glaneuse, Le Dites Cariatides. Quest’ultimo (1984) è un cortometraggio incantevole, a partire dalla vivace allitterazione del titolo (in italiano “le cosiddette cariatidi”), fino alle riprese delle meravigliose statue femminili e agli Atlanti che sorreggono i palazzi parigini, accompagnati da estratti di poesie di Baudelaire letti dalla stessa Varda.

Allo stesso modo Plaisirs d’amour en Iran (un altro “film nel film”, contenuto nel suo musical pro-aborto L’une Chante, l’autre Pas, 1977) unisce perfettamente poesia ed architettura nella narrazione. Architettura e poesia si incontrano anche nel sopracitato Ô saisons, Ô chateau (il cui titolo è preso da una poesia di Arthur Rimbaud).

Poesia, arte, memoria, ricordi, fotografia, donne, gatti, l’interesse per la gente comune. L’intera filmografia di Varda abbraccia vari decenni ma sembra sempre sovrapporsi, essendo composta di temi ricorrenti ed elementi che ella esplora e rivisita ogni volta. Ulysse (1982) è un cortometraggio documentario incentrato su una fotografia che Varda aveva fatto anni prima sulla spiaggia a Calais. La composizione mostra un uomo nudo ed un bambino in una spiaggia di ciottoli; il bambino rivolge la sua attenzione ad una capra morta visibile in primo piano, nell’angolo in basso a destra della fotografia. Ossessionata dall’immagine, Varda vuole sapere che ricordo hanno della scena i due personaggi ma, come apprende con delusione, sia l’uomo che Ulysse, il bambino, non hanno alcun ricordo: “Ad ognuno la sua storia” le dice Ulysse, ora trentenne. Nel 2015 la medesima fotografia riappare in Visages, Villages. Allo stesso modo, uno dei suoi primissimi corti, L’opéra-Mouffe, girato nel suo quartiere mentre era incinta, sembra essere un precursore, o un perfetto abbinamento per il suo documentario Daguerrèotypes, con l’intento di ritrarre gli abitanti della rue Mouffetard.

Varda ha continuato ad usare i cortometraggi regolarmente nel corso della sua carriera, fino a pochi anni fa. Purtroppo non è facile accedere a tutti questi lavori: non sono spesso proiettati e non si trovano facilmente online (al momento alcuni di questi sono visibili su criterionchannel.com) e quindi rimangono meno conosciuti. Ciononostante questi corti sono parte fondamentale della sua eredità cinematografica, come tessere di un mosaico in un’opera immensa che è stimolante ed originale come poche altre. Non c’è alcun dubbio che il cinema abbia avuto un’immensa fortuna nell’incontrare quest’artista, fonte di una sconfinata energia ed inesauribile creatività.

Federica Pugliese

Federica Pugliese

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