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Anteprima Online: Who’s Afraid of the Big Black Wolf? – di Janez Lapajne

Un triangolo multiculturale nell'Europa del 1944: un'emozionante e sensuale storia alpina di due melodie ed un fischio

20 – 25 | 2012 | Black & White | Drama | Slovenia | War

Janez Lapajne è uno dei più apprezzati registi indipendenti sloveni e primo presidente della Directors Guild of Slovenia. Nato nel 1967, laureato in regia all’Università di Lubiana, i suoi lungometraggi – Rustling Landscapes (Selestenje), Short Circuits (Kratki stiki), Personal Baggage (Osebna prtljaga) – hanno girato i festival internazionali e spesso sono piaciuti più all’estero che in patria. Fondatore di PoEtika, un’accademia di ricerca e scuola di cinema, Lapajne ha anche collaborato come sceneggiatore, montatore e produttore agli esordi di alcuni suoi allievi, come Class Enemy – Nemico di classe di Rok Biček, A Trip e Dual di Nejc Gazvoda.

Who’s Afraid of the Big Black Wolf? (Kdo se boji crnega moza?) è stato il suo ritorno al cortometraggio dopo il corto di diploma Breakages (Crepinjice), realizzato nel 1997. La storia è quella di un triangolo multiculturale ambientato nel 1944, nell’Europa centrale occupata dai nazisti. Protagonisti un bambino e due soldati, un tedesco e uno statunitense. Un pastorello, un bianco e un nero: due melodie ed un fischio. Un’emozionante e sensuale avventura alpina che Lapajne ci racconta così.

Raccontaci innanzitutto com’è nato questo progetto. Cosa ti ha ispirato in particolare? È vero che volevi dirigerlo da tantissimo tempo, da quando ascoltavi i racconti di tuo padre sulla guerra? Ed è vero che l’idea è diventata concreta dopo aver notato i tagli fatti alla versione slovena di La valle della pace di France Štiglic?
L’infanzia di mio padre durante la Seconda guerra mondiale è stata la principale ispirazione, anche se gli eventi narrati nel film non hanno nulla a che vedere con la sua esperienza personale del conflitto. La storia che ho ideato per il cortometraggio si svolge nel 1944. In quell’anno mio padre aveva la stessa età di mio figlio più piccolo, che nel cortometraggio ha il ruolo principale. Ed entrambi si somigliano incredibilmente alla stessa età. Ho avuto l’occasione di vedere Sergeant Jim, la versione statunitense di La valle della pace di France Štiglic. C’è una scena molto emozionante, che a quanto pare è stata censurata nella versione originale slovena. Le autorità totalitarie di allora l’avevano tagliata perché c’è un gospel cantato come una ninnananna da un soldato americano. Soltanto degli idioti completamente insormontabili potevano eliminare una scena così delicata dal film. Così, quella sequenza tanto potente ha occupato i miei pensieri per dieci anni, fino a quando non ho scritto Who’s Afraid of the Big Black Wolf?.

Who's Afraid of the Big Black Wolf?

È corretto dire che il punto di riferimento per questo cortometraggio, piuttosto che France Štiglic, è stato Michael Haneke e il suo Il nastro bianco?
La scena musicale in Seargant Jim, di cui parlavo prima, è stata la causa scatenante, il punto d’innesco del corto. Il nastro bianco mi è servito piuttosto come punto di partenza per l’immagine nel suo insieme.

In questo corto le emozioni sono essenziali, come accade in tutti i tuoi film. In questo caso affronti argomenti come il razzismo, la guerra, la politica, ma soprattutto l’umanità e la ricerca di una famiglia.
A tal proposito, diversamente dalla superficiale opinione comune, trovo che ci siano molte emozioni nei film di Michael Haneke. Fare filosofia sulle questioni che hai citato di solito è vano. Penso che il regista crei semplicemente i suoi film su un essere umano che agisce sullo schermo per un altro essere umano seduto al cinema. Il regista è sempre in bilico tra gli altri due… in piedi o in caduta. Tutti e tre devono fare il proprio compito, e le emozioni possono essere un valido incoraggiamento lungo il cammino.

Per noi stranieri il paesaggio sloveno, protagonista del film al pari dei tuoi personaggi, ha una forza apparentemente irrilevante. Cosa significa invece per te?
Be’, Parigi ha la Torre Eiffel, Pisa ha la sua Torre e la Slovenia ha il Monte Tricorno (in sloveno Triglav), il nostro simbolo nazionale e la più alta cima delle Alpi Giulie e della Slovenia. Questo cortometraggio è dedicato anche ai classici del cinema sloveno, e i primi due film nella storia del nostro cinema sono stati girati sulle Alpi. In realtà, la necessità di uno scenario così remoto ha sempre avuto un ruolo importante per me. Pensavo ad un luogo lontano dagli epici campi di battaglia europei della Seconda guerra mondiale. E i prati di montagna circondati da queste alte vette possono essere affascinanti e spaventosi allo stesso tempo. Non ero interessato a girare un documentario sulla vita dei pastori alpini in quel periodo storico. Per questo il bambino protagonista nel film somiglia deliberatamente più a un angelo che ad un contadino sporco. Sentivo la necessità di un personaggio e di una metafora nella stessa persona. E le Alpi si sono prestate perfettamente per una sorta di luogo da favola. Gli spettatori stranieri non dovrebbero essere disturbati da questa, diciamo così, accezione etnica delle montagne slovene. Almeno credo.

Who's Afraid of the Big Black Wolf?

Il corto è parlato in tre lingue: sloveno, inglese e tedesco. Tuttavia, anche chi non capisce nessuna di queste lingue comprende facilmente l’essenza del film. Era proprio ciò che desideravi?
La maggior parte dei cortometraggi senza dialoghi sembrano troppo finti. Non voglio evitare i dialoghi. La lingua parlata nei film è sempre una sfida particolare. Per questo film, è importante il fatto che il protagonista non capisca l’inglese e il tedesco. Tutti devono essere consapevoli di questo aspetto, inclusi gli spettatori. Il fraintendimento, l’incomprensione delle parole incoraggia altre forme di comunicazione tra i personaggi e serve come informazione per lo spettatore: questa comunicazione non-verbale non è un concetto, ma una necessità per i personaggi. Ed è significativo che il giovane protagonista parli solo una volta, usando due semplici, appropriate parole.

Come hai lavorato sul processo di elaborazione digitale delle immagini e la produzione di questo bianco e nero?
Il bianco e nero è un’idea che avevo in mente sin da quando ho pensato al concept di questo cortometraggio. Quindi ho scelto un direttore della fotografia già abituato a fotografare in bianco e nero nella vita reale. Abbiamo usato soltanto due lenti anamorfiche per l’intero film. Alla fine delle riprese, un esperto di color grading, collaboratore viennese di Haneke, è intervenuto applicando una procedura simile a quella usata per Il nastro bianco.

Who's Afraid of the Big Black Wolf?

Come si connette il tuo film con le urgenze dell’Europa di oggi e del mondo contemporaneo?
Nello stesso modo in cui si connette con il resto della storia. Non mi interessano affatto gli eventi quotidiani e gli argomenti politici. Sono molto più interessato a quelle piccole fatidiche cose che si intrecciano tra le persone di quanto non lo sia nelle sparate e nelle buffonate ideologiche. Semplicemente, il mio obiettivo sono gli esseri umani in tutti i loro aneliti e limitazioni.

Molti spettatori, nel tuo Paese, hanno letto il film come una metafora del moderno cinema sloveno: è così?
Davvero? Non lo sapevo, non ho mai ritrovato questo punto di vista. In ogni caso, nei miei lavori cerco di essere il più lontano possibile dall’avere intenzione di riflettere sul cinema sloveno di oggi.

Come hai scelto i tre principali attori protagonisti?
Il casting ha avuto tre fasi separate tra loro. Per il bambino protagonista, è avvenuto tutto all’interno della nostra famiglia tra i miei due figli. Per il pilota americano abbiamo fatto il casting a New York. Per i soldati tedeschi, invece, siamo stati a Monaco.

Who's Afraid of the Big Black Wolf?

Da cosa parti quando decidi di creare una storia?
Dipende. Ogni film ha una storia diversa. Dipende dal film, dal mio stato d’animo, dai miei interessi. Direi che anche l’età c’entra qualcosa. Non lo so. Probabilmente un’idea che meriti di diventare un film è il solo punto di partenza degno di nota.

Ti sei mai chiesto perché hai deciso di diventare regista?
Amo il cinema da quando i miei genitori mi ci portarono per la prima volta. Dopo la proiezione del film, Il libro della giungla della Disney, cercavo ovunque l’orso Baloo e gli altri personaggi. Aprivo persino i cassonetti della spazzatura di fronte al cinema! Comunque, ho iniziato a studiare regia piuttosto tardi perché, inizialmente, volevo fare chiarezza con me stesso sull’amore della mia vita: i film e le belle arti.

Ci sono cortometraggi che hanno cambiato la tua visione sul (e del) cinema?
Devo ammettere che per me i lungometraggi sono sempre stati molto più influenti dei cortometraggi. Al punto che non avevo alcuna intenzione di girare corti dopo il mio cortometraggio di laurea, a prescindere dall’accoglienza incoraggiante dei miei corti da studente. Bene, ora sembra che farò almeno un altro cortometraggio prima di iniziare a lavorare al mio prossimo lungometraggio.

Who's Afraid of the Big Black Wolf?

Alessandro Zoppo

Alessandro Zoppo

Editor-in-Chief @ Good Short Films

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