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Guest Picks #2: Babak Jalali

Il talentuso regista inglese di origini iraniane ci segnala i tre cortometraggi che hanno maggiormente influenzato il suo cinema.

Questa settimana vi proponiamo tre corti meticolosamente selezionati dal trentaseienne regista inglese di origini iraniane Babak Jalali, tre lavori che in qualche modo rispecchiano il suo stile di regia minimalistico e la sua sensibilità narrativa al servizio di un cinema “politicamente sensibile”, non privo di un certo humor nero, focalizzato su personaggi forti in grado di esprimere grandi temi esistenziali. Babak Jalali è nato in Iran nel 1978, ma ha vissuto prevalentemente a Londra sin dal 1986, dove ha ottenuto una laurea in Studi Europei dell’Est e conseguito un Master in Scienze Politiche. Nel 2005, si laurea in film-making alla London Film School. Il suo cortometraggio conclusivo, Heydar. Un afgano a Teheran, è stato presentato in 60 festival in tutto il mondo e ha ricevuto una nomination ai BAFTA come miglior cortometraggio nel 2006.

Nel 2006-2007 partecipa a una “residence” della Cinefondation di Cannes. Il risultato di questa esperienza è il suo primo lungometraggio Frontier Blues, nel quale racconta frammenti di vita quotidiana di una variegata collezione di personaggi in una città iraniana al confine col Turkmenistan.

Dopo aver realizzato il lungometraggio Radio Dreams, girato nel nord della Bassa California, ha diretto Land, presentato in anteprima mondiale alla 68° Berlinale nella sezione Panorama e incentrato sulle vicende dei Denetclaw, una famiglia di nativi americani del Nuovo Messico. Non solo regista, nel corso degli anni Jalali ha anche partecipato a co-produzioni di successo tra cui White Shadow (2013) di Noaz Deshe, che ha vinto il Leone del Futuro a Venezia 70, e Short Skin (2014) di Duccio Chiarini, distribuito in Italia da Good Films.

Ecco la sua selezione di cortometraggi con relativi commenti.

Autobiographical Scene Number 6882 di Ruben Östlund (Svezia, 2005). Leggi la recensione completa qui.

Babak Jalali: Questo corto è uscito contemporaneamente al mio film di diploma nel 2005, entrambi sono stati in molti festival insieme. Mi ricordo quando l’ho visto la prima volta a Cork, ho pensato che fosse perfetto. Dura meno di dieci minuti, ma se qualcuno dovesse chiederti di che si tratta, sarebbe davvero difficile spiegarglielo. Eppure parla di tante cose: amicizia, paura, orgoglio, sollievo, estasi e gloria. Esemplifica molto bene la formula ‘less is more’. Lo guardo spesso.

World of Glory di Roy Andersson (Svezia, 1991). Leggi la recensione completa qui.

Babak Jalali: Ho visto questo film dopo aver visto tutti i lungometraggi di Roy Andersson. Ha tante cose che ammiro in un film – una persona che dialoga con la camera, un uomo ordinario e disperato, un forte senso di malinconia. Roy Andersson è un maestro nel coinvolgere emotivamente lo spettatore, senza forzare nulla. È ben girato e pieno tensioni nascoste. Come tutto ciò che ha fatto.

Hedgehog in the Fog di Yuriy Norshteyn (1975, Unione Sovietica)

Babak Jalali: Questa è una animazione che ho visto quando ero piccolo. Una storia abbastanza inquietante ma, come per il personaggio del riccio, la paura scatena la curiosità. Da adulto, l’ho guardato più e più volte e per me è ancora pieno di mistero. Penso che se la gente lo guardasse tra 200 anni, sarebbe ancora in grado di impressionare. È un film strano, poetico, triste e squilibrato. Consiglio a tutti di guardarlo.

A cura di Tommaso Fagioli

Tommaso Fagioli

Tommaso Fagioli

Founder @ Good Short Films. Fond of great stories, great thinkers, great food. My motto is: your motto.

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