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Bio

Carlo Sironi ha iniziato a lavorare nel cinema come assistente alla regia. Sofia, il suo primo cortometraggio, è stato selezionato alla 28° edizione del Torino Film Festival, al 39° Festival Giffoni Film Festival, e in altri festival internazionali. Dal 2011 dirige anche videoclip. Nel 2010, il documentario Il Filo di Arianna, è stato presentato all'Arcipelago Film Festival. Cargo, il suo secondo cortometraggio, è stato selezionato in competizione al 69° Festival del Cinema di Venezia nella sezione Nuovi Orizzonti dedicata ai cortometraggi, al 6° Abu Dhabi Film Festival, al 41° Huesca Film Festival, nominato inoltre come Miglior Corto Italiano al David di Donatello nel 2013. Ha inoltre vinto il premo come miglior corto al 10° Mediterrnean Short FIlms Festival di Tangeri.

Carlo Sironi

L'autore di Cargo ci racconta le sue idee sul cinema, le opportunità per un regista esordiente, i suoi progetti futuri.

Cargo ci ha impressionato e ci ha fatto pensare, anche per il tema molto forte che affronta delle “schiave del sesso”. Perché hai deciso di raccontare questa storia?
Il bisogno di raccontare questa storia parte dalla voglia di approfondire qualcosa che è sotto gli occhi di tutti ogni giorno, ma che altrettanto velocemente ci sfila via dal finestrino. Avevo voglia di fermarmi con loro, restituire i tempi delle attese in strada, di una vita regolata dai tempi degli “altri”. Quindi ho incominciato a documentarmi con l’aiuto di BeFree, un’associazione che lavora contro la violenze sulle donne e la tratta. Ho letto parecchio materiale tra cui alcune testimonianze dirette di ragazze che avevano iniziato il percorso per uscire dalla tratta. Tra queste mi colpì la testimonianza di una ragazza che raccontava il tentativo fallito di un ragazzino, che aveva appena incominciato a lavorare, di farla scappare. Chiaramente era l’unica storia con un barlume di umanità in un universo di sottomissione. Siamo partiti da lì cercando di raccontare una storia con realismo e crudezza. Abbiamo cercato di raccontare un paradosso: in un mondo in cui le donne sono trattate come merce e ogni sentimento nei loro confronti è negato, un ragazzino abituato a essere carnefice trova nella propria vittima l’unica possibilità̀ di redenzione.

Tre corti all’attivo – Sofia (2009), Cargo (2012), Il filo di Arianna (2012) – tre storie molto focalizzate sulle “traversie interiori” dei personaggi. Come ti sei trovato nella direzione degli attori?
Penso che soprattutto all’inizio del proprio percorso un regista abbia il privilegio di non pensare troppo e di agire secondo il proprio istinto. Ho sempre amato il cinema che lavora con attori non professionisti, quindi per il mio primo lavoro Sofia mi è sembrato naturale, dato che le protagoniste erano delle ragazze adolescenti, lavorare con non professioniste per i ruoli principali circondandoli di attori professionisti, che conoscevo da tempo, per i ruoli secondari. Ho impostato il lavoro con le protagoniste parlando molto del loro personaggio in preparazione e poi impostandolo come un gioco sul set, cercando di rubare la verità di uno sguardo piuttosto che chiedergli di interpretare se stesse. Per Cargo i protagonisti erano invece un’attrice professionista, Lidiya Liberman, e un non professionista, Flavius Gordea. Il fatto che Lidiya fosse più preparata e più grande anagraficamente e con una presenza forte in scena faceva gioco con la storia per ribaltare il rapporto canonico vittima /carnefice.
 
Quali difficoltà hai incontrato come esordiente e cosa hai imparato? Io ho avuto la fortuna di lavorare sui set abbastanza presto, come assistente alla regia. Tra questi, senza dubbio, il percorso fatto con Claudio Noce è stato importantissimo. Da Claudio ho imparato molto, sia sul set, ma soprattutto nella determinazione che mette in ogni progetto. All’inizio, quando senti di voler incominciare a dirigere un tuo piccolo film, le difficolta sono tantissime ma, come dicevo, hai il privilegio di non dover pensare troppo e non dover render conto (quasi) a nessuno.
 
A cosa stai lavorando attualmente e quali sono i tuoi prossimi progetti?  Attualmente sto lavorando al mio primo lungometraggio Sole. Siamo in fase di sviluppo sceneggiatura. Sto lavorando con Giulia Moriggi che è la sceneggiatrice di tutti i miei lavori, abbiamo scritto il soggetto insieme e lavoriamo insieme su ogni singolo passaggio. Stiamo appunto sviluppando il film con la Kino Produzioni di Giovanni Pompili (il produttore di Cargo). La prima stesura di sceneggiatura è stata selezionata tra i 10 progetti per la Script Station del Berlinale Talents, il laboratorio di sviluppo sceneggiature del Festival di Berlino.
 
Ci siamo incontrati al Talent Campus della Berlinale nel 2013. Che esperienza ne hai tratto?
Beh l’esperienza del Talent Campus è stata un’esperienza che definire formativa è un eufemismo. Oltre agli incontri e i panel con grandissimi professionisti, la cosa incredibile è essere circondati da 300 ragazzi come te che sono tutti registi, attori, montatori etc, e vedere che c’è una gran voglia di condividere e conoscere altri linguaggi.  C’è un’apertura mentale verso gli altri molto diversa rispetto all’Italia. Oltre agli incontri, ci sono degli “speed match” con gli altri talents (molti sono diventati amici e spero collaboratori), l’ingresso all’European Film Market, proiezioni tutto il giorno. Berlino durante il festival è una fucina piena di tutto quello che può interessare a un giovane regista. Non esistono sonno, freddo o stanchezza. Sei continuamente stimolato.
 
Quali sono i tuoi registi di riferimento?
Io penso che i riferimenti per un regista ruotino e cambino con il passare del tempo ma alcuni punti fermi rimangono per sempre. Io ho sempre amato profondamente il cinema giapponese. Soprattutto quello degli anni 50, registi come Mizoguchi che fanno dell’introspezione del personaggio e del lirismo un arte e che spesso riesce a raccontare molto di più di una semplice storia. Sogo Ishii è un grandissimo regista giapponese che ha iniziato a lavorare negli anni ottanta. I suoi lavori sono diversissimi l’uno dall’altro. Riesce a raccontare storie folli e fantascientifici e poi cullarti con il racconto di personaggi quotidiani imprigionati nella gabbia del Giappone degli anni Novanta.

Qual è la tua idea di cinema?
Non posso che esprimere la mia idea di cinema se non attraverso altri registi che hanno impresso una loro specifica visione. Più passa il tempo e più mi accorgo come Robert Bresson è stato il più grande innovatore del cinema, a mio avviso. Ha gettato le basi per tutto quello che ora viene considerato avanguardia. Il suo lavoro sulla sottrazione, sulla chiarezza e sulla coerenza nella visione formale sono inarrivabili. Tra gli eredi di Bresson penso che il cinese Jia Zhang-Ke sia un regista incredibile, il suo ultimo film Il Tocco del Peccato è uno dei film più crudeli e umani che abbia mai visto. Un film che ti segna per sempre. Ovviamente dei riferimenti costanti sono i fratelli Dardenne e Gus Van Sant, che per strade opposte penso che abbiano contribuito più di tutti negli ultimi vent’anni a modernizzare il linguaggio e la messa in scena. Personalmente penso che un regista non deve raccontare solo quello che conosce, ma quello che gli è più vicino. Deve individuare, in un mondo anche distante, la scintilla di un sentimento che conosce e cercare di avvicinarsi a quel mondo. In quel viaggio, cercare di farlo suo, cercare di raccontare un’atmosfera mentre si racconta una storia. Almeno nei film che amo è cosi.

Tommaso Fagioli

Tommaso Fagioli

Founder, creative director, curator @ Good Short Films. Fond of great stories, great thinkers, great booze. My motto is, your motto.

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