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Bianco

Uno shortdoc italiano solenne e silenzioso sulla lavorazione del marmo nelle cave di Carrara.

2013 | 5 - 10 | Documentary | Italy | Live-Action | Man and Nature | 1988

Un bianco accecante, una natura arida, pura e preziosa allo stesso tempo. Siamo a Carrara, in una delle cave in cui si estrae il marmo. Lo scontro tra natura e  macchine è violento, quasi brutale. Se l’atto dell’estrazione di blocchi di marmo dalla montagna è quasi primitivo, le fasi successive della lavorazione e della pulitura hanno un qualcosa di rituale, la ritmicità dei movimenti dei macchinari da vita ad una dimessa sinfonia industriale. Le cose cambiano quando il rapporto tra uomo e roccia si fa più ravvicinato, l’ intimità dei lavoratri del marmo con le loro “creature” diventa quasi una simbosi,  diventiamo spettatori di quella fisicità artigianale che si va perdendo sempre di più.

Questo è Bianco, un documentario osservativo, privo di commento e parole, in cui sono le immagini stesse a comunicare.  Il sound design, che unisce suoni digitali ai rumori registrati in presa diretta, si sposa perfettamente con la regia pulita ed attenta, rendendo le immagini sospese nel tempo, estremamente reali ma allo stesso tempo quasi aliene. Una riflessione silenziosa sull’immortalità destinata all’oblio ed alla decadenza di una delle risorse più preziose del nostro paese.

Abbiamo parlato con il regista Damiano Daresta e il sound designer Brian Burgan della realizzazione del film:

Come è nata l’idea di documentare la lavorazione del marmo? 
Damiano Daresta:  Frequentavo la scuola di cinema di Milano e dovevo realizzare il saggio di documentario di fine anno. Dopo aver ascoltato le mie proposte , la docente mi disse di osare di più, di non pensare alla soluzione più facile da realizzare … e come esempio di un luogo aspro e difficile fece riferimento alle cave di marmo. Colsi la sfida al volo senza pensare ai risvolti poetici o alle difficoltà produttive perché Carrara significava poter lavorare in Toscana, vicino a casa. È stata un’occasione colta istintivamente. Ad primo sopralluogo  mi sono reso conto della ricchezza del contesto che, sul momento, mi ha spiazzato: quello delle cave è un universo alternativo degno dell’attenzione di Herzog, simile all’Amazzonia  di Aguirre. Il corto è nato proprio grazie al contatto diretto con quella terra, forgiata o disfatta (dipende dai punti di vista) dall’uomo.

La scelta di lasciare le immagini parlare da sole funziona, e il sound design è particolarmente interessante. A momenti sembra ricordare i suoni della lavorazione del marmo, è un effetto voluto?
D.D.: Sono felice che si colga questa caratteristica del sound design, realizzato da Brian Burgan, compositore di musica elettronica. All’inizio, visti i tempi stretti, ho utilizzato  alcuni frammenti della sinfonia per orchestra da camera di Anton Webern. Il montaggio è stato impostato su questi lacerti musicali. Una volta concluso l’iter scolastico ho deciso di apportare alcune modifiche al montaggio (firmato da Alberto Ubbiali) e di cambiare la colonna sonora. L’apporto di Brian è stato fondamentale. La sua musica ha conferito a “Bianco” una personalità che fino a quel momento non aveva. Sua l’idea d’integrare la presa diretta nella colonna sonora.
Brian Burgan: Il sound design di Bianco è stato pensato per accompagnare il processo di vita, trasformazione e “morte” (abbandono) del marmo. Per questo gran parte dei suoni sono stati realizzati dalla manipolazione dalla presa diretta, accompagnati da textures digitali che hanno aiutato a creare una situazione di sospensione e mistero. L’idea alla base del processo di sonorizzazione: il sound designer sta ai suoni come lo scultore sta al marmo, da’ nuova vita a del materiale pre esistente e cerca di renderlo forma d’arte.

Quello del marmista sembra esse uno dei tanti mestieri artigianali che si stanno estinguendo, hai avuto modo di parlare con gli addetti ai lavori
D.D.: Ho parlato con alcuni addetti ai lavori nelle varie fasi della lavorazione. Posso dirti che le Alpi Apuane sono uno specchio dell’Italia: anche lì sussite un conflitto tra economia e ambiente. C’è chi vorrebbe chiudere le cave a causa del loro impatto ambientale e chi difende il proprio ritorno economico ed il posto di lavoro. In “Bianco” ho provato solo a mostrare senza dare giudizi. Confesso che, senza sottovalutare il problema ambientale, dal punto di vista estetico sono affascinato dal modo in cui l’attività umana ha alterato quella terra e dalle contraddizioni e dalla decadenza che ne scaturiscono.

Le immagini delle varie statue erose dal tempo che si vedono verso la fine del corto? Sono tutte in uno stesso luogo?
D.D.: Sono sculture tombali del Cimitero Monumentale di Milano, scelto per motivi sentimentali, dato che in quel periodo vivevo a Milano, e perché era secondo me il luogo ideale per far emergere livelli sottesi di lettura del corto (il parallelo tra il ciclo di vita del marmo e quello umano).

Flavia Ferrucci 

Flavia Ferrucci

Flavia Ferrucci

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