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Memoria del fuego – di Francesco Clerici

Dal regista di "Il gesto delle mani", la produzione di sigari cubani in una fabbrica di Estelí, in Nicaragua

2018 | 5 - 10 | Art | Documentary | Italy | Observational

Memoria del fuego di Francesco Clerici racconta un processo di creazione tanto semplice quanto affascinante: la produzione di sigari cubani in una fabbrica di Estelí, in Nicaragua. La realizzazione richiede tempo e pazienza. Mani sporche e pronte che tagliano, arrotolano (la escogida), tessono, calibrano, allineano. Un cortometraggio magnetico, ipnotico e rigoroso, fatto di piani fissi e seducenti suggestioni ritmiche, tra documentario industriale, viaggio osservazionale e poesia visiva.

Un’altra esperienza senza tempo come quella delle sculture dell’artista Velasco Vitali, nella storica Fonderia Artistica Battaglia di Milano, raccontata in Il gesto delle mani, il primo documentario di Clerici, vincitore del Premio Fipresci al Festival di Berlino 2015. «La fabbrica di sigari dove ho girato – ci ha raccontato Francesco – è di una antica (e reazionaria) azienda cubana (dall’Ottocento) che ha spostato via via la propria sede a seconda delle rivoluzioni: da Cuba in Honduras, poi Nicaragua, ancora Cuba, ancora Nicaragua… ogni volta che una rivoluzione avveniva loro si spostavano in terreni più “facili”».

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«Ero a Estelí, in Nicaragua, per girare un documentario sulla mamma di un caro amico cresciuto là in adolescenza – ancora da montare e prodotto insieme alla Point Nemo Film che mi ha fornito l’attrezzatura con cui mi muovevo. La madre di Jon, il mio amico, si chiama Janet Pavone ed è una pittrice murale: per la rivoluzione ha realizzato alcuni dipinti importanti su muri in giro per tutto il Nicaragua. In quel giro con lei, in tanti, Janet in primis, mi hanno parlato di alcuni libri di Eduardo Galeano che propongono una storia del Sud America come fucina e miniera alla base del sistema capitalistico: è stato saccheggiato, razziato e violentato da quando è stato scoperto, fornendo base di materie prime e manodopera per l’Europa. I due libri più affascinanti e citati da tutti erano appunto Memoria del fuego e Las venas abiertas de América Latina (Le vene aperte dell’America Latina). Il primo pur fondato su fonti storiche e letterarie è più poetico (ed è diviso in tre parti: “Le origini”, “Le facce e le maschere” e “Il secolo del vento”), mentre il secondo è più in forma di saggio».

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Le Americhe hanno sofferto, scrive Galeano, “l’usurpazione della memoria”, una terra “condannata all’amnesia da coloro che le hanno impedito di essere”. Francesco Clerici entra in uno di questi luoghi della memoria, ricostruisce uno spazio di Storia e di storie attraverso la suggestione delle immagini, dando forma al tempo e al fare. «Non ero mai stato in una fabbrica di sigari – ci ha spiegato – ed ero curioso di vederla, così Jon tramite la mamma di un suo contatto ha organizzato il giro. Girando spesso (forse meglio dire: quasi esclusivamente!) documentari sul lavoro manuale mi capita spesso di affrontare realtà come quelle e la prima distinzione sul posto di lavoro per me è la dimensione sonora: in una fonderia del bronzo si alternano momenti di grande silenzio (il lavoro sulle cere) all’insostenibilità di altri (il cesello, la fusione…), in una bottega di sarto si riesce a sentire il rumore che fa l’ago infilato nel tessuto. Mentre eravamo in bus verso l’azienda ho cercato di immaginare come potesse essere quella dimensione, là. E devo dire che avevo immaginato una situazione di grande silenzio: raramente ho toppato così tanto nell’aspettarmi qualcosa… La dimensione invece che mi aspettavo (ma il cinema la può solo suggerire) è quella olfattiva, davvero insostenibile in molti momenti».

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«Ho iniziato a girare (non era previsto) perché in quell’atmosfera così chiusa e claustrofobica, mi sono accorto che pur facendo la stessa cosa, tutti compiono gesti “leggermente” diversi. Qualcuno poi ha un tatuaggio, qualcun altro ha scritto il suo nome sugli attrezzi, ci si siede in modi diversi… Mi affascinava molto come in una situazione di omologazione alienante e “quasi” schiavitù (lavorano 9 ore al giorno per 3 dollari, facendo 200/300 sigari a testa – un sigaro costa minimo 16 dollari – però bisogna anche dire che è uno dei lavori meglio pagati della città, per cui è considerabile un ottimo lavoro) riuscissero a mantenere un’unicità di identità. Una memoria di un fuoco (titolo però che si può riferire ad altre connessioni ovviamente). Ho girato e montato cercando di restituire anche un po’ quel senso di spaesamento che si ha nel cercare di seguire tanti dettagli, mi verrebbe da dire “indizi” sulle persone al lavoro là dentro. E ho provato anche a usare un formato diverso dal mio solito per chiudere in altezza l’orizzonte visivo, tenendolo più orizzontale: non esiste nessuna altezza architettonica, tutto è basso là dentro».

Un procedimento che si perde nel tempo e si intreccia in maniera indissolubile con la lotta ininterrotta contro il colonialismo. «Durante il montaggio a un certo punto ho capito che sarebbe stato più interessante lasciare il corto un po’ grezzo, aperto, senza contestualizzarlo dal punto di vista geografico o politico o di denuncia. Ho fatto qualche tentativo inviandolo ad amici nella sua forma attuale (che inizialmente consideravo non finita) e le loro riflessioni erano decisamente più profonde delle mie (questa scoperta per me equivale a confermare che il film funziona di per sé ed è finito). Riporto quella di Filippo: “Questi lavoratori e il tabacco stesso sembrano condividere lo stesso destino. Sono lontani dal ‘fuoco’ ma forse ne conservano una memoria. Segretamente sanno che quei gesti misurati e ripetitivi sono l’anticamera necessaria per ritrovare il calore e la luce?”».

Alessandro Zoppo

Alessandro Zoppo

Editor-in-Chief @ Good Short Films

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