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Random Stop

Un'avvincente ricostruzione in prima persona degli ultimi momenti della vita di un poliziotto americano.

2014 | 5 - 10 | Crime | P.O.V | Thriller | USA

Una tranquilla giornata nella vita di un poliziotto di provincia. Uno stop di routine, una telefonata con la moglie, tutto procede come al solito. L’improvviso arrivo di un pickup a grande velocità cambierà tutto.

Questa è la vera storia di Kyle Dinkheller, vice-sceriffo della contea di Laurens. Nel 1998, all’età di 22 anni, fu ucciso in maniera brutale da un veterano del Vietnam impazzito che aveva fermato per eccesso di velocità.

Con “Random Stop”, il regista Benjamin Arfmann ha deciso di ricostruire fedelmente gli ultimi momenti della vita del giovane poliziotto, e per farlo si è avvalso solamente di riprese in soggettiva, in un finto piano sequenza di 6 minuti.

Non vediamo mai il nostro protagonista, siamo totalmente immedesimati con lui. Non è la prima volta che viene realizzato un cortometraggio interamente in soggettiva, ma l’impatto emotivo e la continua suspense di Random Stop sono unici.

Il corto è incredibilmente dinamico, non c’è un attimo di respiro (per i protagonisti come per gli spettatori): l’inseguimento in auto, il duro confronto tra il poliziotto e l’uomo totalmente fuori di testa, la cruenta sparatoria finale… è tutto perfettamente orchestrato e non c’è tempo di distogliere lo sguardo.

La perfetta coreografia di movimenti ed azioni è stata realizzata in seguito ad estenuanti prove, il regista ha infatti detto che hanno approcciato la realizzazione del corto come se stessero affrontando una piece teatrale. Oltre al talento attoriale e alla regia, però, c’è da tenere conto della qualità tecnica del tutto. Per realizzare le immagini in prima persona è stata montata una macchina da presa molto piccola e maneggevole, la SI-2K Nano su un casco che è stato poi indossato dall’attore. Queste modifiche sono state realizzate dal direttore della fotografia Justin Perkinson in collaborazione con la Radiant Images. Una macchina unica, quindi, che ha premesso di ottenere delle immagini costantemente nitide e pulite, anche nelle azioni più concitate.

Da un punto di vista narrativo, la scelta della soggettiva funziona su vari livelli. Innanzitutto, l’immedesimazione e l’empatia con il protagonista sono totali. Ma c’è anche altro. Data la situazione di pericolo e le immagini che sembrano quasi essere (passivamente) controllate dallo spettatore, c’è una certa aderenza con l’immaginario dei videogiochi. Noi diventiamo il giovane poliziotto, tentiamo di reagire all’aggressione, subiamo la sconfitta insieme a lui. Questa forte similitudine con qualcosa di estremamente finto e virtuale come i videogiochi assume una dimensione assolutamente straniante quando si pensa che stiamo assistendo a una mera ricostruzione di eventi realmente accaduti. Era forse questo l’intento del regista, portare a una riflessione circa il nostro rapporto con la violenza, evitando però qualsisia tipo di moralismo, piuttosto mostrandoci la realtà delle cose, in opposizione ai glorificati eroi dei videogiochi.

Il film è stato presentato al SXSW di quest’anno ed è stato tra i finalisti per i BAFTA Student Film Awards .

Flavia Ferrucci

Flavia Ferrucci

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